Casa Orioles Hotel e Arte Contemporanea a Palermo

Marco Mirabile - le opere

Le tendenze di un'epoca sono insostuibili […]
di Silvia Renda

Risulta strano ed entusiasmante quando a Palermo capita di vedere delle opere d'arte che non assomigliano a nulla di già visto, o che nello stile non rimandino sin da subito a qualche artista già noto.
Le opere di Marco Mirabile hanno questa prerogativa: non assomigliano a niente di già visto.
Ma non è soltanto questo il motivo per cui oggi le sue opere vengono esposte nella sua prima personale a Casa Orioles, ma è anzi la sua capacità espressiva e l'uso di un gergo di estrema contemporaneità, vicino alla strada, alla vita cittadina, alla pubblicità, al mescolarsi di forme e concetti che caratterizza la società nella quale viviamo. Proprio il carattere delle opere di Marco Mirabile mi ha spinto immediatamente ad accettare la richiesta della curatrice della mostra, Valentina Di Miceli, di usufruire degli spazi di Casa Orioles.
L'artista dipinge e dà un senso estetico a tutti i materiali che ha sottomano, dalla tradizionale tela, al legno, a una poltrona, a una scarpa da ginnastica, a un noto manifesto pubblicitario. Ogni elemento della vita comune e quotidiana acquisisce così una valenza estetica e un valore concettuale. Marco Mirabile sembra osservare il mondo circostante per rielaborarlo e riproporlo in chiave tipicamente urbana, una chiave che è strettamente legata alla cosiddetta street art, denominazione sotto cui metterei ogni espressione artistica nata nella contemporaneità.



Mirabile Furore
di Valentina Di Miceli

«Quando questa specie di follia assume caratteri piacevoli, è di non piccolo diletto, sia per coloro che ne sono posseduti, sia per quelli che l'osservano senza esserne colpiti». Nel suo famoso Elogio Erasmo da Rotterdam sostiene che la follia rende l'uomo libero, essendo espressione della grandezza del genio al di sopra, per natura, di ogni codice imposto dalla società.
Genio e follia, genio e sregolatezza sono attributi entrati a far parte della storia dell'arte, o meglio nella storia di quegli artisti che da soli, e spesso contro tutti, hanno portato avanti le proprie idee, la propria creatività, ovvero sé stessi, senza mai cedere al compromesso, senza mai tradire la propria voce interiore, e per questo considerati il più delle volte pazzi. Quegli stessi pazzi sono stati riconosciuti poi nel corso del tempo come grandi artisti, le loro opere vendute in tutto il mondo, mentre la loro anima è rimasta per sempre integra a suggerirci un messaggio autentico di vita. Questo valeva soltanto nella storia, e in un certo tipo di storia, forse di stampo romantico e utopista, perché oggi nel dominio sconfinato del contemporaneo star sistem dell'arte, non c'è più spazio per genio e follia, bandite dai confini del regno perché troppo scomode all'interno di un sistema asservito al mercato, in cui l'arte non ha più nulla di vero da dire, anzi è proprio meglio che non dica nulla! Tuttavia ai confini estremi di questo regno avvolto dai densi fumi di chi detta mode e stili, di chi gioca con l'arte come in borsa, esistono ancora dei sottoregni, dei piccoli feudi senza regole in cui follia e sregolatezza hanno libera cittadinanza, e affiancano come ancelle fedeli l'arte sovrana, quella vera che nasce da un'esigenza primaria di comunicazione, dalla manifestazione spontanea di un essere animato. Sono tanti gli artisti che appartengono a questo sottoregno un tempo potente, ed è grazie a loro, guerrieri o asceti, samurai o sciamani, filosofi o dottori, che l'arte ha ancora la possibilità di esistere.

Marco Mirabile vive e lavora in questo sottoregno, arruolato nel piccolo esercito munito di pennelli e lingue affilate. La sua è una missione di guerra ad un mondo vissuto con appassionata irrequietezza, tra amore e odio. Amore per le profondità viscerali dell'esistenza, quelle che ritrova leggendo Nietzche e l'Hagakure, Giordano Bruno e Diogene, ascoltando i Co'sang o Rino Gaetano, Fabbrizio De Andrè o i Dogo Club, girando su una vecchia Graziella gialla per le strade del centro storico di Palermo, tra “frittola” e “carcagnolo”, tra i fratelli neri di Santa Chiara e l'affezionato bidello dell'Accademia, il sig. Pitasi, tra il mercato di Ballarò e i vicoli del Capo. Odio per l'indifferenza e la superficialità, per le ingiustizie e gli abusi, per quel sistema dell'arte a cui sente di appartenere per diritto di nascita, ma in cui non si riconosce, in cui non riesce ad entrare perché questo vorrebbe dire snaturarsi, svendere la propria anima, adeguarsi alle mode “perché se non cambi, il tuo ‘prodotto' non vende”! È un artista arrabbiato, un moderno Orlando Furioso, paladino dei deboli e degli oppressi, giustiziere dei tiranni e degli oppressori. Ha talmente tante cose da dire che le centinaia di migliaia di parole che articola ogni giorno in deliranti discorsi senza fine, non gli bastano, e devono trasformarsi in pittura. Il furore verbale diventa allora furore cromatico e gestuale. Ad alimentare la sua prolifera vena creativa è proprio questo, il furore, un misto di rabbia ed esuberanza, di nichilismo e vitalismo, di dolore e di gioia, di odio e amore.
Marco Mirabile è uno di quegli artisti che da bambino cominciava a scarabocchiare sul foglio, per poi invadere il tavolo, i pavimenti, i muri; uno di quelli che se non ha i colori, dipinge col caffé o col vino; uno di quelli che se gli togli la pittura gli spegni la luce interiore, quella che gli brilla negli occhi e che riflette dai suoi lavori. Carta o cartone, tela o tavola, sportelli di lavatrici o vaschette di polistirolo (quelle di frutta e verdura), ogni supporto è utile per accogliere e contenere le idee, per arginare le visioni che a centinaia traboccano dalla sua mente e che poi a migliaia si concretizzano in opere, eseguite tutte in una volta, contemporaneamente.
La vita di strada che ama vivere entra nei suoi lavori, negli intrecci segnici intricati e contorti come le strade che percorre, nell'utilizzo di scritte e mascherine da graffitari, nei cartelli pubblicitari o negli oggetti che trova e che ingloba, fermandoli nella memoria, con una colata di smalto bianco. Soggetto ricorrente è la donna, quella delle riviste patinate, trasfigurata da trucchi e ritocchi chirurgici. La pittura di Marco è come una panacea, risana i mali, restituisce alla donna quell'eterno femminino che è racchiuso nel potere creativo della grande madre. Una pittura che sembra stravolgere, invadere, ma che in realtà ingentilisce con furore! E poi Pubertà: una grande tela su cui campeggia la sagoma di un bambino piccolo che scopre per la prima volta il suo pene seduto su due mitra incrociati. Appare come un manifesto di poetica: l'uomo, l'artista, scopre la propria virtù creativa, dichiara l'arma con cui può combattere la falsità del mondo a fianco della follia e a servizio dell'unico vero potere, quello dell'arte. Si dice che nel momento in cui dichiari di non credere alle fate una fata muore. Allo stesso modo nel momento in cui dici di non credere all'arte l'arte muore. Può essere una favola o la realtà, l'importante resta comunque crederci.